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INTERVISTA DI VIRGinia glorioso

Intervista VOIR: Quattro chiacchere con Chiara Polizzi

Quando hai iniziato a dipingere? Perché?

Se per dipingere s’intende prendere colori e pennelli non c’è una data ben precisa, posso dire che ho cominciato da piccola a sporcare fogli e muri e ho continuato a farlo su ogni altra superfice. La scuola non mi interessava tanto, ho imparato a leggere discretamente a otto anni, mi bastava, infatti, solo il mio mondo fatto di disegni che nel tempo ho affinato frequento l’Accademia di Palermo. Più lavoro e mi addentro in questo mondo così complesso, più mi rendo conto che è ciò che voglio fare. Tutto questo trova risposta nella dedizione giornaliera e nella miriade di schizzi e appunti che prendo quando non ho la possibilità di mettere in atto le idee ed è proprio in quei momenti che capisco come il semplice appunto ormai, per me, sia troppo riduttivo.

Perché hai scelto la pittura come medium artistico con cui esprimerti?

In realtà non so perché, ho solo seguito ciò che sentivo fosse giusto per me. Dipingere e ciò che mi appagava e mi appaga tuttora, forse domani farò installazioni minimali ma adesso questo linguaggio è quello che sento più affine, anche se non si tratta di sola pittura. Infatti, quest’ultima nei miei lavori è solo una delle fasi di elaborazione, precede il lavoro con i pastelli a olio e i graffi che sono nel mio lavoro indispensabili. Non escludo inoltre la forte influenza del percorso accademico, la pittura ad olio e l’arte figurativa mi hanno sempre accompagnata e io l’ho accolta e stravolta a mio piacimento.

Quali sono, se ci sono, i tuoi modelli? Ti sei mai chiesta se nel tuo lavoro ci sono punti di contatto con maestri del passato? Se sì, con chi?

Ci sono stati dei maestri del passato, come Caravaggio eVelázquez, dai quali ho conosciuto il gioco di contrasti luminosi e i volti segnati dal tempo che amo profondamente. Adesso invece guardo ai grandi dell’arte contemporanea dai quali c‘è sempre da imparare, come Marina Abramović e Adrian Paci. Ammiro molto il lavoro di Maria Morganti, anche lei, come me, lavora con i pastelli ad olio e la loro stratificazione che giorno dopo giorno racconta, attraverso il mutare cromatico, il tempo trascorso.

Quali sono i soggetti più frequenti delle tue opere? E perché?

I soggetti dei quali non posso fare a meno sono i ritratti, volti familiari e non, sovrapposti da altri o medesimi soggetti o da frammenti di oggetti che si ripetono formando una texture che si dipana sulla superfice pittorica. Sono legata alla forma chiusa in qualche modo riconoscibile, non potrei mai realizzare un pezzo totalmente informale e rimanere pienamente soddisfatta dal gioco cromatico. Ho bisogno di creare una dimensione che abbia un inizio e una fine dentro la quale raccontare una storia.

Quanto contribuisce al tuo lavoro il contesto in cui trascorri le tue giornate? È stimolante, o dipingere diventa una valvola di sfogo, un modo per evadere?

Ciò che realizzo attualmente è ciò che mi circonda e che vivo giornalmente. Sono cresciuta nell’azienda fotografica di famiglia nella quale immagini, foto, video, eventi, installazioni, mostre fotografiche si sono susseguite. Lo studio della luce e la ricerca della composizione perfetta, sfogliare libri su Toulouse Lautrec o sui grandi della Magnum foto ha giornalmente contribuito a stuzzicare la mia creatività portandomi a forgiare un linguaggio, non fotografico, ma che attinge alla fotografia per diventare altro.

Il contesto in cui vivo, dunque, come tutto del resto, ha una sua dualità. Da un lato mi ha artisticamente formata, dall’altra il limite geografico che vivo mi ha spinto a fare di più per ottenere ciò che dalla mia arte volevo e non rischiare di scivolare facilmente in una routine che non mi appartiene.

Quanto incide il tuo essere siciliana nella realizzazione delle tue opere?

A mio avviso tanto. Credo che se fossi nata e cresciuta a Milano o in nord Europa il mio lavoro sarebbe stato ben diverso. Forse sarei stata felice di fare installazioni luminose perché no!  Ma ciò che questa terra mi ha dato mi ha inevitabilmente portata a questo tipo di elaborazioni. Penso abbia influito anche la distanza da tante realtà europee e centri nevralgici dell’arte contemporanea che in un modo o in un altro mi ha spinto a mettermi in gioco e fare sempre di più.

Può un artista, secondo te, mantenere un’indipendenza da ciò che il mercato o semplicemente il pubblico può aspettarsi o chiedergli?

L’indipendenza all’interno del mercato è relativa, perché è un gioco tra due parti. Credo, infatti, che nella dialettica mercato-indipendenza ci siano sia rinunce che nuove sfide e queste possano mettere in discussione aspetti che da “indipendente” non si sarebbe considerati. Anche qui la dualità la fa da padrona presentando aspetti negativi e positivi.

Progetti futuri?

Nel mio prossimo futuro c’è Tapestry, la mia prima personale che si terrà in Inghilterra. Questo progetto ha richiesto un anno di lavoro e prevede due mostre una in Inghilterra e una a Palermo. Tapestry racconta un pezzetto del mio vissuto, soprattutto segna il mio passaggio dall’essere uno studente dell’Accademia ad un’artista “libera” e formata profess ionalmente. Questo progetto è una sfida con me stessa, perché metto in gioco tante componenti sia emotive che tecniche che non avevo mai affrontato, come la sovrapposizione di texture e ritratti, la realizzazione di un  video che ha previsto la collaborazione di altri due artisti siciliani, Vito Amato e Claudio Cangialosi. Non mi resta che incrociare le dita!!!